Stato contro Stato nel collasso del gioco, tra riordini e poca chiarezza

Continua a far discutere, oggi come in queste settimane, il parere espresso dal Consiglio di Stato sul bando di gara per le commesse che ha volutamente rilanciato, dopo averla riaperta, la questione territoriale. Siamo nel caso in cui lo Stato denuncia quel che ha voluto lo Stato. Stato contro Stato sul gioco pubblico, una questione, in Italia, sempre più attuale. Con la questione territoriale, sempre più aspra, non si trova ancora una via di conclusione ad una querelle che non fa il bene di nessuno. Proprio il Consiglio di Stato, riferendosi alla legge vigente nella Provincia di Bolzano, ha sostanzialmente legittimato la linea proibizionista della comunità autonoma altoatesina. E per il settore non è stato altro che una conferma, anche dalla giurisprudenza, di compromissione delle attività di chi operava, ormai, sul territorio.

Peccato però che lo Stato, nella sua componente consultiva, ha emesso un parere su richiesta del Mef circa il bando scommesse, sottolineando come la gara impostata dalla Agenzia delle Dogane e dei Monopoli non poteva stare in piedi, perché ignara della questione territoriale. Ignorando completamente anche l’intesa sottoscritta, ma difatti inapplicata, del precedente governo, in Conferenza Unificata, nel 2017. A Bolzano, ma non solo, il Consiglio di Stato ha avallato una anomalia, ignorando totalmente gli accordi informali della Conferenza Unificata, salvo poi ricordarsene in altra sede non più di pochi giorni dopo. Un corto circuito sempre più paradossale eppure normativo, nel settore del gioco sempre più contrastato e bistrattato. Lo Stato, sul territorio, è in conflitto con se stesso, in virtù di leggi ed accordi approvati e vigenti ma mai del tutto applicati. Il Governo abdica il proprio potere per favorire le regioni, senza però concedere loro nessuna forma di autonomia, almeno nelle parole.

Ne fa le spese solo e soltanto l’industria del gioco, assoggettata ad un conflitto di attribuzioni senza sosta, e ne pagano le conseguenze addetti ai lavori e pubblico. In particolare i primi, che devono dire addio ai pubblici esercizi sui rispettivi territori, pur operando in un contesto di piena legalità. A questo punto, giocoforza, diventa sempre più di necessaria vitalità il riordino del comparto, annunciato anche dal governo gialloverde ma mai preso sul serio in considerazione. Dopo il parere consultivo proveniente da Palazzo Spada, i giudici sembravano avere le idee piuttosto chiare circa le restrizioni sul gioco, in una situazione né chiara né coerente. L’unica chiarezza, in una vicenda sempre più ingarbugliata, è quella relativa ad una situazione sempre più complessa e vieppiù difficile da controllare, per l’industria e per lo Stato, in un mare talmente agitato da non saper più remare. Comprese anche le Regioni, in un calderone che vede emergere flussi illegali in continua crescita, mentre il gioco pubblico legale subisce restrizioni, calmieri, blocchi. Ma prima o poi arriverà il collasso di cui qualcuno dovrà, oltre che dar conto, occuparsi.

 

 

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